LIBIA , TRA CAOS E CONFLITTI


La situazione resta pesantemente legata ai conflitti interni, alle lotte intestine e tribali tra le diverse fazioni in cui  sono divisi i gruppi jihadisti da un lato ed il generale Haftar dall’altro. Il contesto politico non potrebbe essere più complicato.  Attualmente definibile come totale anarchia.

Dalle elezioni legislative che  avrebbero dovuto contribuire , secondo molti osservatori,  a risolvere il puzzle creatosi dopo la caduta di Gheddafi , siamo oggi in presenza di due parlamenti e due governi! La precedente maggioranza islamista  ha rifiutato di riconoscere il risultato elettorale in favore dell’opposizione e continuato a prolungare il proprio mandato a Tripoli.                 

 I vincitori delle elezioni , unici riconosciuti dalla comunità internazionale, hanno dovuto ripiegare su Tobruk . Il territorio del paese è di fatto nelle mani delle milizie,  in assenza di un potere centrale  e di istituzioni in grado di gestire il vuoto politico creatosi. Queste ultime nel corso dei due ultimi anni si sono raggruppate in varie formazioni ed a loro volta divise  in piccole unita .    Questa atomizzazione delle forze in campo ha decisamente favorito  i fondamentalisti islamici e gli estremisti di ogni sorta ,che , a loro volta  si appoggiano ai gruppi operanti in M.O.  ed avendo creato  con questi legami permanenti .                                                                                                                            Legami che  si sviluppano sia nel senso di approvvigionamento di armi eleggere e pesanti, sia nella messa a disposizione   di campi di addestramento. Oltre a questo supporto logistico militare  ,  si sono sviluppati dei canali  per i finanziamenti che provengono in massima parte da Qatar e Turchia.   Il conflitto  ed i combattimenti si concentrano  principalmente nelle due aree fondamentali ;  Tripoli e Benghazi.    Il controllo di queste  permette di fatto il controllo dell’intero paese.  Circa 100 mila sono i giovani coinvolti  in questo conflitto interno.   La crisi rischia però di far saltare in aria gli equilibri di tutta la Regione  per le sue implicazioni geo/ politiche  ed economiche.  Ed avere ripercussioni pesanti sull’Europa e l’Italia stessa che riceve dalla Libia il 25% del petrolio ed il 30% del gas dell’import energetico  . Ovvero l’unica alternativa agli approvvigionamenti provenienti dalla Russia.                       

Un processo di destabilizzazione che deve essere arrestato quanto prima per la posta in gioco.  Vari i fattori determinanti :  i progressi compiuti dal Daech nella  “no man’s land” creatasi in Libia che permette traffici di ogni genere . La conseguente  libera circolazione di armamenti leggeri e talvolta pesanti, il controllo parziale della  produzione del petrolio e del gas come avviene in alcuni settori irakeni  ed infine la possibilità d’infiltrazioni ed il  controllo esercitato sull’emigrazione clandestina, essendo la Libia una delle principali vie dal centro Africa verso l’Europa.

E’ interesse europeo ed  ancor più italiano ciò che succede in Libia .               Anzi direi che questo riveste un’ importanza strategica esiziale , ancor più di quanto succede in Siria , o Iraq.  Il Qatar finanziariamente ,  la Turchia  politicamente già da tempo si sono schierati a fianco degli islamisti , tenuto conto che hanno sempre sostenuto i Fratelli Musulmani. E non solo….Aerei qatariani hanno trasportato armi e combattenti  in Libia negli ultimi mesi.  

Doha  dal 2011 è molto interessata alla scenario libico , alle sue implicazioni ed all’opportunità di esercitare un controllo sulle potenzialità energetiche. La stessa Arabia Saudita oggi determina insieme alla Libia il ribasso del prezzo del barile.

Come un Giano bifronte opera su due piani paralleli nei confronti del Daesch da una parte , in Siria ed Iraq a fianco degli occidentali dopo aver finanziato gli islamisti per anni .  Qui in Nord Africa  a stretto contatto con i jihadisti libici. In questa partita , che si svolge su più tavoli ,  l’Egitto  ha un ruolo primario in quanto confinante e quindi direttamente coinvolto ed interessato a mettere in sicurezza la propria frontiera .   Soprattutto dopo aver cacciato Morsi ed i Fratelli islamici , Al Sissi vuole ridurre al minimo i rischi e la possibilità che questi ultimi possano rigenerarsi e trovare  appoggio al di là dei confini. 

In realtà in cooperazione con gli EAU,  l’Egitto ha fornito e fornisce  aiuto ai combattenti lealisti del governo di Tobruk, oltre ad un aiuto in termini di servizi di sicurezza.  L’approccio dell’Algeria risulta diverso.                       Essendo essa stata incaricata della mediazione mostra la volontà di ricercare dialogo  e di rifiutare ingerenze straniere. E ciò la pone in contrapposizione con il Cairo che vorrebbe accelerare un ritorno alla normalità .

Differiscono quindi più i metodi che la sostanza nella visione dei due paesi.  Algeri d’altronde ha ottimi rapporti con il governo di Tobruk.   La stessa Algeria intende mantenere il suo ruolo di mediatore per poter salvaguardare i propri interessi e difendersi ,al pari dell’Egitto,  dall’implosione totale della Libia. In questo scenario gli occidentali che sostengono il governo di Tobruk, dopo aver contribuito  a creare  il caos odierno,  precisano che l’opzione di un intervento non é praticabile(sic)!     Sul fronte opposto il Gen. Haftar , ex capo di stato maggiore di Gheddafi, vicino agli americani , sostenuto da Egitto e EAU  cerca di riprendere il  controllo di Tripoli .

Dopo lo scacco subito dalle sue forze a Misurata , la sua popolarita si è appannata , per risalire oggi in quanto la sua azione è riconosciuta dal governo come propria !   Personalmente non nutro grandi speranze nella mediazione ONU, secondo la risoluzione 2714, della Lega Araba , ecc.ecc. 

Ritengo che  le forze islamiste debbano essere combattute ed abbattute sul campo per tornare ad una situazione non belligerante,  dove le componenti tribali possano ricostituire il legame che loro compete tra territorio e politica governativa. Il ruolo di Haftar in quest’ ottica e con questo scenario riveste una certa importanza. Diversamente sarebbe interpretato come ingerenza.

Il ruolo italiano dovrebbe, potrebbe  essere più deciso in questa fase.    Approfittando dell’ impasse franco-americano,  del potere e del riconoscimento quale  interlocutore privilegiato di cui gode  l’ ENI , delle buone relazioni che intercorrono i due paesi.  Occorre , a mio avviso,  non lasciare a quest’ultima la determinazione del da farsi in senso politico , ma prendendone l’iniziativa. Ricordate quando l’Occidente Usa , Francia , Qatar in testa avevano definito la loro azione come azione per la pace . Ecco il risultato.

Noi da amici dei libici , avemmo l’intelligenza di non immischiarci in quella azione strategicamente stupida. Eravamo il paese che più aveva da perdere, allora. La riunione governativa di ieri e di oggi ,10/12 Nov.  al massimo livello sulla situazione in Libia mostra il ritardo , l’inadeguatezza e la pusillanimità della nostra politica estera.

Da sempre ci viene riconosciuto un ruolo in quella Regione . Negli ultimi due anni non abbiamo voluto esercitarlo.  Solo ora, dopo la chiusura dei due  giacimenti di El Feele e di El Sharara, entrambi sfruttati dall’ENI , a causa degli scontri tra milizie , cominciamo a  comprenderne le conseguenze. Inutile chiedere l’intervento ONU. Non dobbiamo essere dorotei alla Gentiloni, , occorre un’azione concordata con i Paesi confinanti, Tunisia, Egitto, Algeria ecc.                                                                         

Non attenderci niente da USA & Francia. Così come loro fecero due anni fa….. Si abbia il coraggio ed i risultati saranno raggiunti. Solo a livello arabo, locale e territoriale , con l’apporto delle tribù interessate , si può avere ragione nel giro di due mesi del caos attuale e mettere in sicurezza persone, investimenti e soprattutto la  sopravvivenza della Libia così come la conosciamo.

Il risultato stesso delle elezioni in Tunisia fa ben sperare per un prossimo momento di riflessione. La Tunisia ha un ruolo importante in termini di scambi, di relazioni, di storia, non dimenticando che un milione di libici oggi si trova nel paese in qualità di rifugiato.                                                             Ritrovando stabilità e sviluppo in  Tunisia si può pensare che l’effetto possa riverberarsi anche sulla Libia. Occorre comunque che i Paesi del Maghreb realizzino a breve/ medio termine una sorta di patto di sviluppo che li affranchi dalla spirale dittatoriale del passato e li conduca , come è il caso della Tunisia, ma anche del Marocco, ad una visione più compiuta della democrazia sociale ed economica. Ed in questa prospettiva  il ruolo di supporto dell’Italia può essere determinante!

Buona vita.

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JOHNS HOPKINS UNIVERSITY - MANY DIFFERENT LIVES- MORE THAN HALF SPENT ABROAD- CRITIC OF THE NOWADAYS ITALIAN WAY OF THINKING NEVERTHLESS OPTIMISTIC ! Leggete, il quotidiano del blog "free": "The exult49 Daily". www.paper.li/exult168/131966546
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