RIDUZIONE DEL DEBITO E SVALUTAZIONI COMPETITIVE


Statue of Liberty on Liberty Island, New Jersey

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Sta diventando una mania mass-mediatica quella di utilizzare  anglicismi e concetti  economici  anglofoni per descrivere  problematiche e ricette  potenziali per la soluzione della  crisi economica globale. Ho utilizzato nel titolo del blog ciò che nella maggioranza dei casi troverete spesso descritto come : “Deleveraging and competitive devaluation , or tradewar”.  I due grandi problemi sui  quali si confrontano, nella congiuntura economica attuale,  i governi e la finanza privata. Tagliare, ovvero ridurre la leva finanziaria disinvestendo. In tal modo realizzando quella liquidità che a sua volta verrà utilizzata per rimborsare i debiti pregressi .  Più semplicemente ,  riduzione del livello di debito.

Dal 2008, quando ha avuto inizio la crisi attuale, il tasso di crescita del PIL mondiale é stato del 1.2% a livello medio annuale. Nello stesso tempo il debito pubblico e privato a livello globale  si é accresciuto del 300%. Tra la crisi americana e quella europea, le due maggiori aree economiche di consumo, il rischio di un collasso dei mercati é divenuto reale. Non esistendo ricette miracolose,  i governi, per cercare di evitare una depressione tipo ’29, devono tagliare al massimo le spese e nel contempo mantenere un minimo di liquidità bancaria.

Ma ecco che qui sorge il rischio dell’altra faccia della medaglia. Non volendo ridurre eccessivamente il livello del debito, per evitare  l’alto livello di  disoccupazione che tali politiche producono e la riduzione salariale che comportano, cercano di contenere la crisi socio-economica in atto.  A questo punto  il rischio maggiore é che si inneschi una guerra tra le monete attraverso quella che noi italiani conosciamo bene ;  la politica delle svalutazioni competitive.  

Praticata da numerosi governi democristiani, su richiesta pressante  degli industriali , essa rispondeva, con svalutazioni continue della lira , alla mancata competitività del sistema economico industriale italiano. Quella stessa politica che ha generato i buchi pesanti , che ha creato il nostro mostruoso deficit di bilancio e l’inflazione a due cifre degli anni ’80 e ’90.  La stessa politica che oggi  alcune frange d’ imprenditori e di politici del PDL/Lega  vorrebbero nuovamente praticare, uscendo dal  sistema  monetario europeo, per ridurre il costo dei prodotti italiani e ritornare così all’inflazione a due cifre. Ecco, quei cialtroni dovrebbero  vergognarsi di profferire, dopo quei risultati, simili idiozie, ed invece cotninuano a blaterare.

L’unico modo per rendere competitivi i nostri prodotti sono ; investimenti produttivi, investimenti tecnologici, investimenti in formazione.   Purtroppo abbiamo allevato e pasciuto  una massa                          d’imprenditori  che  non ha i mezzi, perché troppo piccoli ,ed una ristretta cerchia di medio-grandi imprenditori che utilizza principalmente  sostegni e denaro pubblico, più che il proprio,  mantenendo i settori  nei quali operano non competitivi. La vera competitività la si ottiene reinvestendo in azienda almeno il 25% dei profitti realizzati!            Rare sono le aziende italiane che hanno avuto ed hanno simili  comportamenti virtuosi. Non é certo  il costo del lavoro il fattore principale per mantenere maggiore competitività del sistema. Chi lo afferma , mente sapendo di mentire!

Quindi riprendendo il discorso a livello globale, la svalutazione delle divise  é vista come il modo più semplice per rendere le esportazioni più a buon mercato!  Ma a differenza del passato, quando l’unica divisa del commercio mondiale era il dollaro, oggi le cose sono più complicate, anche perché le economie esportatrici sono numerose ed il rischio di guerre commerciali molto più devastante. A parte la Cina ,che ha nell’Europa  il suo più grande mercato, i manipolatori sono tanti.

Ogni paese esportatore desidera avere una divisa debole per avvantaggiarsi sul mercato globale. Pensate alla Svizzera che ha visto nel 2011 , a causa del deprezzamento del’euro, schizzare il valore del franco a livelli insostenibili per la sua stessa sopravvivenza. Ed allora la reazione é stata fissare un livello di cambio fisso per ovviare ad uno strangolamento economico quasi certo.   Oppure il caso della rivalutazione dello yen, provocata dalla politica economica cinese. Essendo i due paesi  in dura competizione sui sistemi tecnologici dei treni ad alta velocità , i cinesi hanno provocato una crescita surrettizia dello yen acquistando parte del debito giapponese, per poter meglio vendere i loro prodotti sul mercato globale, rendendoli più competitivi.

Ma un’esempio ancora più evidente ed eclatante  di questo approccio  é l’attuale politica economica del governo cinese, che già dal 2009 interviene in modo continuo e sistematico acquistando il debito di paesi come Grecia, Spagna , Portogallo ed Italia per evitare una caduta del valore dell’euro che renderebbe i loro prodotti più cari. Non solo, ma livello macro,  la Cina ha espresso attraverso il nuovo primo ministro, la settimana scorsa, l’intenzione di acquistare parte del debito europeo per contribuire a stabilizzare l’economia della UE. Oggi, non esistendo più un sistema di cambi fissi ed essendo ormai gli accordi di Bretton Woods obsoleti, non sono più i mercati a determinare il valore delle monete , ma i governi stessi.   Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, in Aprile 2010, ha modificato la propria politica istituzionale di riferimento, ammettendo la possibilità da parte dei governi di reagire a svalutazioni competitive altrui  con politiche di controllo dei capitali e dei cambi a difesa della loro stessa stabilità.

La Germania ne ha subito approfittato affermando che ,giusto in caso, potrà attuare una politica di controllo dei cambi e dei capitali  nei confronti di paesi in via di sviluppo e/o  in presenza di condizioni speciali di crisi. Detto con parole più semplici e più chiare, la Germania, in caso di rottura del sistema monetario europeo, metterà in essere gli strumenti necessari per impedire ad altri paesi di svalutare le proprie monete e non mettere a rischio le proprie esportazioni. Ciò anche qualora fosse la stessa Germania a lasciare lo SME, sarebbero messe in atto tutte le politiche monetarie necessarie per preservare il proprio export.  Gli “utili idioti” che pensano che uscendo dall ‘euro si possa  risolvere i  problemi di competitività e liberalizzazione, ritenendosi liberi di attuare   operazioni su tassi di cambio sono avvertiti.

Quindi, alla luce di quanto detto e dello stato attuale della congiuntura economica ,  per riuscire ad evitare guerre commericali disastrose tra diverse aree economiche UE, Cina, USA, Sud America, occorre ristabilire delle regole certe. Occorre ritrovare un minimo comun denominatore che permetta al sistema di ritrovare l’equilibrio necessario.    In altre parole una razionalizzazione  degli intenti e delle esigenze reciproche che conduca ad  accordi trasparenti , ad interventi sui mercati finanziari preventivamente negoziati,  per evitare reazioni spropositate. Questi sono i soli metodi per evitare la ricaduta della crisi e ritrovare il cammino per uscire dalla recessione. Da che mondo é mondo , ed in questo il mondo finanziario non é diverso, il commercio si basa ed opera con regole fisse e riconosciute che sono alla base di un contesto  di certezza,trasparenza e  di credibilità.                                         Senza queste premesse  di fondo non si riuscirà a risolvere il problema.

Buona vita a tutti. 

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