AFRICA: UN CONTINENTE POLITICAMENTE SCOMPARSO PER L’EUROPA


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Risulta davvero incredibile constatare come gli Stati europei, l’Europa in quanto Unione si disinteressi , quasi totalmente , di questo continente così vicino, così ricco di risorse e da sempre legato storicamente alla nostra stessa evoluzione  per prossimità e cultura. Pensate al problema delle risorse energetiche che oggi rappresentano, in un un mondo vorace di energie di ogni tipo, uno dei maggiori problemi di approvvigionamento per assicurarsi sviluppo e crescita. Per non ragionare di materie prime essenziali per lo sviluppo industriale, quali uranio, cadmio, silicio e tutti quei composti più , o meno essenziali per il settore delle tecnologia informatica.

Oggi il paese che ha acquisito il maggior sviluppo relazionale in termini economici  e può dunque essere definito ” big player” in questo continente, in particolare nell’africa sub-sahariana, é la Cina.   Alla ricerca spasmodica di petrolio per poter far fronte all’enorme domanda interna che é cresciuta al ritmo di 9% all’anno nell’ultima decade , anche se oggi presenta un calo tendenziale dovuto alla crisi economica in Europa ed Usa. Nonostante i riconosciuti rischi d’investimnto, la Cina ha fornito aiuto ed assistenza a numerosi paesi africani per l’estrazione petrolifera.   Secondo consumatore di petrolio al mondo dopo gli Usa, la base energetica del paese resta ancora e comunque il carbone, da qui l’enorme inquinamento generato da CO2 in tutta la RPC. Secondo l’Agenzia internaz. dell’Energia già nel 2020 la Cina diverrà il primo importatore.

I 5 milioni di barili al giorno del 2011, diverranno 13 milioni nel 2035! Il 47%  , 2.2 milioni di barili al giorno, del petrolio importato proviene dal Medio Oriente e la seconda area di provenienza é l’Africa con 1.5 milioni di barili  al giorno, principalmente da: Angola, Sudan, Congo,  Nigeria, Ghana ed altri stati sub-sahariani. Quindi 1/3 del petrolio cinese proviene dall’Africa.

Nel 2009 la Cina é divenuta il primo partner commerciale dell’Africa con 127 miliardi di dollari di trading. I primi cinque stati africani per trading con la Cina sono: Angola, South Africa, Sudan ,Nigeria, Egitto.                               Come si muove la Cina?  Semplicemente con un trading di scambio, Petrolio contro prodotti manufatti cinesi: macchinario industriale, macchinari per trasporto ferroviario e merci, apparecchiature per comunicazioni, prodotti elettronici ed informatici. Cosa importa? Oro , metalli preziosi, metalli rari, limitate quantità di prodotti agricoli.

Cosa la Cina propone oltre allo scambio? Semplicemente invertendo il modo con il quale si é evoluta industrialmente. La strategia impiegata dagli occidentali che producono in Cina , ma solo in zone extradoganali, Guang Dong ad es.. Con una enorme differenza, gli occidentali che producono in quelle aree non possono accedere al mercato domestico cinese, come la gran parte degli occidentali invece crede . Perché mal informati, da media appecorati, le loro produzioni devono essere riesportate verso Europa , o USA, o Giappone. 

I cinesi , al contrario, in Africa, nei paesi ricchi di materie prime, operano in speciali zone commerciali e di sviluppo economico. Aree nelle quali quei paesi africani possono sperimentare nuovi metodi produttivi, disporre di migliori infrastrutture, di servizi ad hoc, che sono più realizzabili in aree limitate geograficamente e servono a quei paesi per iniziare progetti pilota di produzioni e tecnologie.Ma da quelle possono commerciare i loro prodotti in tutto il paese e nei paesi limitrofi!!! Una specie dei nostri distretti economici.  In cosa é consistito  e differisce l’approccio strategico-commerciale cinese rispetto a quello europeo e americano? Semplicemente con l’offerta di aiuti che formano un “package completo” . Oltre ad aprire linee di credito in cambio del petrolio, offrono know-how , gli strumenti stessi per la realizzazione dei progetti quali : ferrovie, scuole, strade, ospedali, ponti. Paese pilota di questa strategia a medio-lungo termine é  l’Angola.

Un’ulteriore differenza “e di peso” , é che i cinesi a differenza di USA, Francia, Gran Bretagna, non pretendono minimmente di impartire lezioni ai governi locali sul come governare i loro paesi.  Differenza politica notevole.

In questo il loro agire é molto simile a quello delle aziende italiane e della politica italiana. In primo luogo perché loro , come noi, non hanno certo modelli di governo da esportare.  Poi perché spesso, come le nostre , le  aziende cinesi operano competendo tra di loro e non sotto una regia governativa.  Anzi , in generale le singole aziende sono più potenti economicamente delle agenzie governative cinesi.  In fondo lo stesso approccio degli imprenditori italiani all’estero,  che non vanno certo al consolato a richiedere informazioni , o aiuti.  Anche per i cinesi vale la regola che fuori dal territorio della Repubblica Popolare, né il ministero degli esteri, nè quello del commercio estero, possono granché in termini di autorità sulle singole compagnie cinesi.

Sostanzialemente questa politica di non “interferenza” negli affari degli stati africani sub-sahariani  che hanno una crescita per il prossimo triennio stimata tra il 5.3 e 5.8%,  conduce ad una politica di “good will” . Ciò comporta anche l’abbuono di molti milioni di debito. La Cina  si assicura in tal modo l’approvvigionamento del petrolio , senza il quale le sue industrie sarebbero ferme ed il suo sviluppo a rischio . Ed inoltre tramite questa politica di buon vicinato riesce ad ottenere ed accrescere la sua influenza in seno all’ONU, dove può contare su un largo seguito di Stati.

Un’altro elemento che noi italiani abbiamo in comune con i cinesi é che le loro aziende sono conosciute per utilizzare gli stessi metodi quanto all’ottenimento di concessioni e favorie ; bustarelle. In relazione a queste pratiche ,sia gli inglesi , che gli americani criticano aspramente l’aggressività e la competitività cinese considerandola “perniciosa  e immorale”!          

Queste ed altre considerazioni, svolte da vari Isituti di ricerca economici , circa la penetrazione cinese in Africa, hanno sollevato numerose critiche e domande . Riuscirà la Cina ad arrivare là dove gli occidentali hanno fallito? L’approccio cinese terminerà anch’esso in una forma di colonialismo strisciante? E lascerà anch’esso la stessa scia di ereditaria sconfitte  e disappunto?

Difficile indovinare oggi. Certo é che gli europei farebbero meglio a non lasciare campo aperto ai cinesi nel continente. A lottare  contro l’invasione di quel continente divenuto strategico. Quando in vari blog ho criticato l’Italia per non avere una strategia in tal senso ed in particolar modo nel Mediterraneo, quella verso l’Africa é ancora più complicata. L’Europa stessa ,quanto a strategia é assente. Avremmo tutte le opportunità:  flussi commerciali, tecnologie, interessi culturali. Le loro élites culturali sono ancor oggi legate alle Università europee , abbiamo scambi economici continui ed i flussi migratori verso l’europa dai vari paesi africani sono costanti ed in crescita.

Invece di rendersi conto che l’Africa per l’Europa e per gli europei può  divenire  la chiave di un diverso e più civile tipo di sviluppo e crescita .  Cioé un territorio dove possiamo apportare tecnologie per debellare le malattie che ancora affliggono quei paesi e rendere lo sviluppo più armonico e meno rapace. Oltre ad essere il continennte a noi più prossimo  e nel contempo più sottosviluppato.

No, noi invece preferiamo  andare a  produrre in Cina, in zone doganali, per riportarci a casa i manufatti semi finiti ,con costi sempre più crescenti ,quando potremo lavorare in Nord Africa ed in quella sub sahariana con costi non molto diversi da quelli cinesi .  Ma potendo sviluppare quei mercati dall’interno, certamente con minori problemi logistici e organizzativi .  Molto meglio  e molto prima di quanto occorra con le business units localizzate in Cina, o in estremo oriente. 

Questione di “intelligence”, di strategie a medio – lungo termine.Occorre  soprattutto una  severa analisi dei ” pro e con”  alla base delle decisioni d’investimento. Spesso queste ultime sono influenzate da “demonstration effect”. Se l’azienda X  và in Cina , allora dobbiamo seguirla! Sarebbe più intelligente valutare la propria propensione ed organizzazione a spostarsi per comprenderne a fondo le opportunità reali. Il costo del lavoro non é certamente il fattore determinante in molti settori. Ci auguriamo che il trend attuale possa essere invertito  e si valutino più approfonditamente  i costi /benefici delle delocalizzazioni .

Buona vita a tutti.

 

Informazioni su exult49

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