EGITTO : FRAGILITA’ ,O FURBIZIE LEVANTINE


King Abdullah bin Abdul Aziz. (2002 photo)

Image via Wikipedia

Ieri ho trattato delle turbolenze finanziarie in quello che potremmo definire l’emisfero economico occidentale che vive per molti aspetti di luce propria,  non curandosi ancora molto di ciò che accade intorno. Ma si sa il ragionamento finanziario spesso non attiene a vere e  proprie strategie, ma piuttosto a “mood”, stati d’animo, valutazioni molto empiriche.

Una di queste potrebbe essere la decisione del governo egiziano di rifiutare l’aiuto offerto dalla Banca Mondiale e dal FMI  con un certo sdegno , ma lasciando certamente molti interrogativi sulla fragilità della sua situazione economica e di bilancio.

La post -rivoluzione , se così vogliamo definirla, ancora non ha dato alcuna risposta circa temi di fondamentale importanza quali  ;  il ruolo che la religione avrà nella nuova costituzione, il ruolo che eserciterà l’esercito, il ruolo ed il potere che in questa nuova visione avranno rispettivamente il Parlamento ed il Presidente, ecc, ecc.

Come in Tunisia , l’Egitto si trova nel limbo di una transizione il cui esito tarda a farsi intravedere. Come in Tunisia si attende l’esito delle elezioni. Attesa che diviene motivo di implicazioni e di speranze che non vorremmo definire messianiche.  L’economia del paese continua a subire notevoli tracolli . Le previsioni per la disoccupazione sono pesanti, sia a breve ,che a medio termine e ciò comporterà una notevole pressione sulle finanze pubbliche. Tenderà purtroppo a mantenere alti gli interessi e a ridurre il tasso di crescita del paese che é passato dal 7/8%,  al 4% in neanche 12 mesi.

In Maggio il governo stimava che il gap di finanziamento corrente  per il periodo 2011/2012 si aggirasse tra i 9 ed i 12 miliardi di dollari.

L’intervento in stand by prevsto dal FMI prevedeva un aiuto di $3 miliardi . Per inciso il debito dell’Egitto é pari all’81% del suo PIL e si prevede raggiunga l’83/84% alla fine del 2011.  Il governo ha giustificato il rifiuto dell’aiuto delle organizzazioni internazionali affermando che al momento non ne vede la necessità in quanto può sopperire alle esigenze  di cassa attraverso aiuti di Paesi amici.

E’ probabile che per motivi politici interni non si voglia ricorrere a prestiti derivanti da organismi che hanno di fatto sovvenzionato il regime di Mubarak. E certo si vuole chiudere la porta a quelle imprese private che ne hanno beneficiato a vario titolo.

Ma un’altra possibile spiegazione è che questo tipo di prestiti hanno come contropartita una serie di condizioni non annunciate ,o nascoste che divengono lacci e lacciuoli da cui poi é difficile discostarsi, salvo penalizzazioni dolorose. Interessante resta l’annuncio fatto dal NGO , il Consiglio dei saggi  a garanzia della rivoluzione,  che in una nota dichiara che i prestiti sono contrari ai principi rivoluzionari ed ha richiamato ad una più ampia libertà da ogni sorta di pressione locale, o esterna.

Ma é anche vero che accettare un tale aiuto significava far gravare sul governo che sarà eletto un peso non indifferente e questo esecutivo non ha di fatto la delega di procedere in tal senso. Vi é poi un’altra  considerazione e possibilità ,molto più pratica e con forte connotato politico.

L’Egitto é una potenza regionale , di forte impatto , non solo per il controllo del canale, ma perché da sempre é stato il bastione di un certo modo di “fare politica in Medio Oriente”.   Il suo venir meno metterebbe a serio rischio  gli equilibri dell’area.

Da più parti ci si chiede perchè non si é intervenuti in Siria , nonostante  i massacri che quotidianamente avvengono. Bene , anzi male , la Siria oggi rappresenta oggi un guardiano contro l’espansionismo dell’Iran che sta diventando egemonico nell’area ed è in grado di porre in serio pericolo i Paesi del Golfo e del canale. Senza considerare il ruolo religioso che l’Iran stà assumendo come capofila della visione sciita e delle insurrezioni popolari che stanno prendendo sempre più peso .

Ecco che allora si cerca di ricorrere agli amici , in primis all’Arabia Saudita, paese intimamente amico del passato regime ,ma senza dubbio anche dell’attuale, se teniamo conto del ruolo che l’esercito svolge da sempre nel paese. Ed infatti il Primo Ministro , subito dopo aver rifiutato l’aiuto del FMI,  si é recato in Saudi Arabia e negli Emirati Arabi Uniti ,E.A.U. ed ha ricevuto la promessa di un aiuto di 2.34 miliardi di dollari.

La dichiarazione successiva é stata che con l’aiuto dei paesi arabi l’Egitto  possa proseguire per almeno un’altro anno. Tali aiuti non  comporterebbero certo le condizioni poste dagli organismi internazionali.  D’altronde il Quatar ha recentemente accordato  a titolo gratuito un prestito di 500 milioni di dollari e promesso investimenti tra i 5  e 7 miliardi di dollari  in Egitto atti ad assorbire la disoccupazione.

L’Arabia Saudita ha offerto 4 miliardi di aiuti + 1 ulteriore miliardo sarà trasferito presso la Banca centrale egiziana.Inoltre s’impegna a produrre aiuti economico-finanziari per aiutare l’Egitto nel prossimo quinquennio.

Potrebbe apparire quanto mai strano che proprio il paese che maggiormente si é opposto alla dipartita di Mubarak e che più di ogni altro ha sostenuto il vecchio regime, a cominciare dal sovrano wabita, oggi si ponga in prima fila per aiutare la rivoluzione.      

Ma non fatevi ingannare, la politica di sopravvivenza  e di alleanza contro nemici comuni rende le differenze meno dure ed insormontabili. Molta parte della intellighenzia dei Fratelli musulmani ha vissuto ed insegnato in Arabia Saudita nelle madrasse.

Anche se dal punto di vista strettamente islamico tra un sunnita egiziano ed un wabita le diversità siano molto ampie , entrambi di fronte al pericolo sciita, di cui l’Iran é portabandiera ,si annullano.. Ed in fondo il denaro saudita riesce a tranquillizzare a sua volta l’esercito egiziano che teme eventuali eccessi dei Fratelli musulmani qualora si rivelassero la forza preponderante nel nuovo Parlamento

Ecco quindi che allora gli equilibri politici intersecano in profondità gli interessi nascosti delle situazioni contigenti. Il ruolo dell’Islam é sempre più condizionato e condizionante nella transizione del paese. Un’ipoteca questa che, non solo non fa ben sperare coloro che credono nella laicità dello Stato a qualunque latitudine, ma rende il progetto di liberazione del paese quanto mai difficile.

Buona vita a tutti.

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