Tunisia: a working in progress democracy


Théâtre municipal de Tunis et le Palmarium sur...

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Ascoltando le parole  del primo ministro del governo provvisorio tunisino, Béji Caid Essebsi,  pronunciate  durante il dibattito che ha avuto luogo stasera alle 19 sulla rete nazionale pubblica Hannibal e su quella privata Nessma, proprietà di Tarek Ben Ammar e del nostro Primo Clown , gli interrogativi che , a mio avviso  doveva risolvere, si sono moltiplicati.

Non metto in dubbio la sua onestà intellettuale, della quale non ho mai dubitato. Ma la volontà recondita di coloro che compongono il suo gabinetto ministeriale e delle diverse anime che stanno confliggendo al suo interno ed in particolare  nell’alveo dei sostenitori esterni dei vari ministri.

Nel mio blog precedente avevo sottolineato la strategia della tensione che sempre più sta prendendo piede all’avvicinarsi della scadenza delle elezioni che dovranno decidere quali, tra le ormai innumerevoli formazioni (65 ad oggi), si confronteranno per eleggere, con sistema proporzionale, i delegati all’assemblea costituente. Quest’ultima avrà il compito di redigere la prossima costituzione tunisina . Un lavoro che impegnerà i delegati per almeno un anno. Già le difficoltà di gestire il dopo rivoluzione appaiono in tutta la loro dimensione. Il paese si trova in condizioni difficili. Le casse dello stato sono quasi a secco. Il turismo, seconda industria del paese, é praticamente a terra e per quest’anno il suo apporto sarà molto modesto.

Il processo di democratizzazione  ha sin qui seguito una sua linearità, anche se in mezzo a molte difficoltà. Una gran parte dei giovani che, come ho più volte sottolineato, rappresentano in questo paese quasi 2/3 della popolazione, non riescono a trovare un’occupazione e l’attuale governo provvisorio poco può fare per mettere in piedi un programma politico in grado di produrre il benché minimo risultato. Spetterà ,come giusto che sia , alle formazioni che riceveranno il maggior consenso elettorale, mettere mano ad un insieme di riforme poche , ma decise, che possa ridare fiducia al popolo e soprattutto ai giovani che più di ogni altra classe d’età hanno contribuito a questo cambiamento. Ma occorre far presto, occorre che le aspettative del popolo tunisino non vengano disattese.

Se lo stallo fisiologico del vuoto di potere politico dovesse prolungarsi,  allora il rischio che questa rivoluzione dei gelsomini possa finire nelle mani di un’altro potere autoritario diverrebbe molto alto.

Il disagio e le manifestazioni all’interno del paese, così come nella Grande Tunisi che  conta 1.2 milioni di abitanti ,oltre il 10% del totale é molto elevato. Proprio da ieri sera il ministero degli interni in accordo con quello della difesa hanno dichiarato il coprifuoco per buona parte della capitale . In particolare nei distretti di  Tunis, Ariana, Ben Arous, Manouba,  dalle 21 alle 5 . Adducendo  come ragione i disordini avvenuti recentemente tra manifestanti e forze dell’ordine. Queste si mostrano  sempre più nervose e reattive.            Il classismo,il familismo, le raccomandazioni ,il sistema omertoso che hanno ampiamente  esercitato forte influenza nella società tunisina del sistema Ben Alì cercano  di espellere quei giovani che non possono godere di famiglie in grado di mantenerli  e che scappano da una situazione perpetuamente precaria.

Scappano verso l’Italia come migranti economici ,da un futuro di miseria. Definirli clandestini é come sostenere che i 20 milioni di emigranti italiani (dal 1915 al 1959) erano dei mafiosi ,malavitosi, avanzi di galera di cui il fascismo e poi il regime democristiano si volevano sbarazzare.

Quando  sono rimpatriati vengono considerati dai loro coetanei più fortunati come dei “paria”. Come degli appestati che non credono nell’avvenire della Tunisia, che sono dei reietti per il futuro del paese. Recentemente Rivera sul Manifesto, attraverso una sua corrispondenza, tra i caffé di Blvd.Bourghiba, non nell’ovest del paese, nei governorati più difficili ,ad es. Jendouba,  straparlava della formazione  islamica Ennahda..

Certo, le formazioni borghesi, circa la metà di quelle presentatesi, soffiano sul fuoco dell’islamismo, della paura del jihadismo, del fondamentalismo. In queste ultime si raggruppano i ceti che di fatto hanno goduto da vicino ,o da lontano delle prebende del vecchio partito presidenziale RCD .Oggi legalmente dissolto. Ma il fantasma prima usato da Ben Alì é sempre lo stesso. E sempre con lo stesso scopo , incutere timore al fine di  rassemblare i moderati . Ritornare al vecchio sistema di potere, tutto cambi affinché niente cambi. .Un processo che noi italiani conosciamo bene e che continuiamo a perpetuare attraverso trasformismi incredibili . Da Giolitti e Crispi di fine ‘800, al Dalema di oggi ,al Montezemolo di domani!

In varie interviste concesse da Rachid Ganhouchi , leader del movimento islamico , rientrato in Tunisia dopo 20 anni di esilio a Londra, la rinuncia totale ad ogni forma di fondamentalismo é stata più volte reiterata. Ma certo questo non basta. L’accusa di comunismo nei confronti di tutte le formazioni a carattere socialista , circa una decina , é un’altra delle forme di difesa  ed attacco del moderatismo delle classi “bene” . Di quelle che secondo una vecchia ideologia si potrebbero definire borghesie nazionali.

Quelle che nel processo di modernizzazione sono andate più avanti e si sono più laicizzate . Quei ceti che, più di altri, hanno contribuito al progresso del paese negli ultimi 20 anni ,ma che in un certo qual modo hanno costituito la linfa vitale per il regime, rappresentando lo sviluppo ed i traguardi conseguiti. Farhat Rajhi, alla testa del comitato dei diritti dell’uomo, é stato recentemente “limogé”  , dimesso,  per  dichiarazioni piuttosto pesanti fatte nei confronti di questa classe di uomini d’affari, professionisti, rentiers tunisini che a suo parere, in caso di vittoria dei partiti islamisti, avrebbe in animo di ricorrere ad un colpo di stato per preservare il paese da un tale “salto nel buio”.

E’  possibile che un tale pensiero alberghi nelle menti di alcuni attori moderati dell’attuale politica tunisina. E forse in alcuni generali. Trovo però difficile che ciò possa avvenire se, dopo le elezioni ,non si perde tempo, qualunque sia il risultato politico, per cominciare ad occuparsi del popolo e dei suoi veri problemi. Ennahda, come ho già scritto,  non penso supererà il 20% dei suffragi espressi. E’fondamentale che questo movimento partecipi a pieno titolo  alla creazione e sviluppo della nuova Tunisia. Una sua esclusione avrebbe ripercussioni negative, perpetuando l’idea dell’esclusione per motivi religiosi. La società tunisina é una società civile assai matura ed in gran parte laica, pur se nella tradizione religiosa.  Il ruolo delle donne  è  da tempo riconosciuto e indiscusso.

Le forze progressiste devono lottare ,in primis i sindacati UGTT, per continuare a spingere verso  quel cambiamento che tutti i tunisini attendono. Il sindacato oggi , ancor più dei partiti e movimenti  della sinistra,  ha nelle mani il destino del paese . E la sua capacità di mantenere vivo l’interesse e di non abbassare la guardia é fondamentale per conquistare l’obiettivo di raggiungere una repubblica democratica.  In un governo prossimo venturo, che mi auguro di coalizione, proprio per garantire la massima apertura a tutte le componenti socio-economiche tunisine , la più ampia libertà religiosa e di pensiero costituirà la  garanzia  da ogni involuzione futura.

Il  vero problema, a me pare ,  sia che  nessuna delle  formazioni oggi in lizza abbia una chiara idea dell’importanza e del peso delle decisioni  che in Agosto ,in pieno Ramadan , si ritroveranno a prendere . Il rischio di un’involuzione ,di un colpo di stato, non é  da escludere qualora non si avvii rapidamente una seria politica di riforme .

Amando quel paese  mi auguro che questa rivoluzione possa continuare a generare e sviluppare quelle libertà essenziali necessarie per assicurare lo sviluppo economico  per assorbire l’alto tasso di disoccupazione raggiunto.

Buona vita a tutti.

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